Vipera, più temuta che pericolosa: “Il clima ne sta cambiando le abitudini”

Con l'aumento delle temperature, anche in montagna il serpente è attivo in fasce orarie diverse e in nuovi areali: come cambia il rischio per escursionisti e arrampicatori

 

Parlare di pericolosità della vipera, per Daniele Di Rosa, presidente dell'Associazione Padovana Acquariologica ed Erpetologica, è quasi un esercizio di retorica al contrario: “Nessuno parla mai di pericolosità delle api”, esordisce, e il paragone non è casuale. I decessi per morso di vipera in Italia sono meno di uno all'anno, contro i circa dieci causati dalle punture di imenotteri, cioè api, vespe e calabroni. Eppure, la vipera resta l'animale più temuto tra chi frequenta boschi e sentieri, spesso oggetto di una paura collettiva che trova scarso riscontro nei dati: "Stiamo parlando di un animale velenoso, ma nella quasi totalità dei casi non mortale per l’uomo, e che non attacca se non viene disturbato", precisa Di Rosa.

Una delle ragioni per cui i morsi di vipera sono meno gravi di quanto si pensi risiede nella biologia stessa dell'animale. Il veleno, infatti, non è un mezzo di difesa, ma uno strumento molto particolare: “La vipera lo usa per cacciare – afferma Di Rosa –. Una preda, quando viene morsa, non muore all’istante. Il veleno lascia così una scia chimica che l'animale insegue per ritrovarla, oltre a velocizzare il processo digestivo". Per questo motivo, una percentuale significativa dei morsi è a secco, cioè senza inoculazione di veleno, proprio perché l'animale non ha interesse a sprecare una risorsa così preziosa in una situazione difensiva.

Il caldo costringe le vipere agli estremi della giornata

A riscrivere alcune delle abitudini della vipera, però, è il cambiamento climatico, che negli ultimi decenni sta lentamente riscrivendo molte delle consuetudini tipiche della specie, soprattutto in merito ai luoghi e ai momenti in cui è possibile osservarla. La vipera, infatti, è un animale eterotermo, la cui temperatura corporea dipende da quella dell'ambiente esterno. E, quando il termometro sale troppo, l'animale semplicemente smette di muoversi: “A 40° è praticamente impossibile trovare una vipera attiva. Il range ottimale è tra i 20 e i 28 gradi. 30° iniziano ad essere troppi per loro”, spiega Di Rosa.

“Sono più visibili la mattina presto o al crepuscolo”, Di Rosa.

Di conseguenza, con l'aumento delle temperature medie, la finestra di attività si è spostata, con le ore centrali della giornata che sono diventate inaccessibili: "Se dieci anni fa vedevo vipere attive alle undici di mattina, a quell’ora adesso non le vedo più. Si spostano nelle prime ore del mattino e al crepuscolo", aggiunge. Di conseguenza, chi frequenta pareti rocciose esposte a sud nelle prime ore del giorno, o chi raccoglie funghi con la luce bassa della sera, è più esposto di quanto non fosse in passato. E battere un bastone a terra per creare vibrazioni nel suolo, avvisando l'animale della propria presenza, rimane in ogni caso il modo più semplice per evitare incontri ravvicinati.

Il calendario si è spostato, e i piccoli ne pagano il prezzo

Il cambiamento climatico, però, non ha alterato solo gli orari, ma anche il calendario biologico della specie. La vipera, infatti, esce dalla brumazione, un letargo quasi totale in cui il metabolismo si riduce quasi a zero, quando le temperature iniziano a salire, e il primo impulso è nutrirsi. Il periodo che segue è quello dell'accoppiamento, ma sono i piccoli di vipera a subire le conseguenze più sottili dello spostamento stagionale: "I piccoli nascono circa un mese prima rispetto a dieci anni fa. Questo mese in più di attività arriva proprio prima del letargo, e significa un mese in più in cui i piccoli devono trovarsi da mangiare. Prima potevano permettersi di non mangiare e andare in letargo assorbendo solo il sacco vitellino, adesso non più", spiega Di Rosa.

“Nelle nostre osservazioni il numero di esemplari è calato di circa il 10% in dieci anni”, Di Rosa.

Il risultato è un animale più esposto e più sotto pressione e, conseguentemente, più debole. Nelle aree monitorate dall'Associazione Padovana Acquariologica ed Erpetologica, negli ultimi dieci anni, il numero di esemplari è calato di circa il 10%. Un dato parziale ma indicativo, che testimonia quanto il clima ostile dell’uomo nei confronti della specie, stress localizzati e gli effetti del cambiamento climatico possano aver contribuito, nelle aree osservate, ad un peggioramento dello stato di salute della specie stessa. Gli areali, inoltre, si stanno spostando verso quote più elevate e zone più fresche. Ciò significa che la vipera può oggi comparire in ambienti dove in passato non era presente proprio perché prima, in quei luoghi, le temperature erano troppo rigide.

Quando incontrarla è più probabile, e quando quasi impossibile

L'attività della vipera segue una curva a U nel corso dell'anno. Il primo picco di attività avviene in primavera, con gli accoppiamenti e gli spostamenti legati alla necessità di riprendere l'alimentazione dopo la brumazione. A questo periodo di attivazione segue una relativa scomparsa in piena estate quando il caldo eccessivo innesca l'estivazione, una sorta di letargo al contrario, in cui l'animale si nasconde e abbassa al minimo il metabolismo. Il nuovo picco avviene, invece, tra fine estate e inizio autunno, quando gli esemplari devono riempire le riserve per affrontare l’inverno: “Ad agosto gli avvistamenti sono rarissimi. E quello che fino a poco fa valeva per agosto sta diventando vero anche per luglio, perché adesso a luglio fa molto più caldo", conclude Di Rosa.

Per chi va in montagna, questo si traduce in una caratterizzazione del rischio abbastanza precisa, ma non certo infallibile. La probabilità di incontrare una vipera è maggiore tra primavera e autunno, nelle prime ore del mattino o al crepuscolo, e prevalentemente su rocce esposte a sud, anche se ultimamente il caldo torrido sta comportando uno spostamento degli esemplari anche su versanti più freschi. Un rischio pur sempre contenuto, che Di Rosa invita soprattutto a contestualizzare e a inserire nell'insieme ben più ampio di rischi legati alla pratica di attività in montagna.

Le buone pratiche da adottare in caso di morso

In caso di morso, la prima regola è mantenere la calma e allertare il 112, recandosi il prima possibile al pronto soccorso. Lì, il siero antiofidico non viene somministrato automaticamente: “Inocularlo rischia di scatenare uno shock anafilattico, la decisione spetta sempre al medico. I rischi maggiori li corrono bambini, anziani e persone con patologie, così come i cani. La miglior prevenzione, nel caso dei cani, è tenerli al guinzaglio, altrimenti quando vedono qualcosa muoversi tra le foglie possono avvicinarsi con il muso e venire morsi. Gli incidenti con l’uomo, per quanto abbiamo potuto osservare con l’associazione, sono comunque in diminuzione, probabilmente a causa della diminuzione del numero stesso di esemplari”, conclude Di Rosa. 

“Anche le attività apparentemente naturali possono causare danni”, Di Rosa.

Il rapporto tra vipera e uomo, oltre agli incontri fortuiti nel bosco, resta comunque complicato: “Sul Monte Baldo, in un punto in cui andavamo a fare osservazione, erano presenti delle rocce bellissime dove trovavamo moltissimi esemplari. Lì, è stato costruito il rifugio e quei massi sono stati spostati con le ruspe. Adesso non c’è più nemmeno una vipera. Un’attività antropica, anche se apparentemente naturalistica come un rifugio in legno o una stradina, porta gli animali a spostarsi e alcuni degli esemplari che avevano una tana sicura sono sicuramente morti nello spostamento”, conclude.