Il Soccorso Alpino e Speleologico in azione © CNSAS
Le parole sono importanti, sesto episodio di La chiamata – storie dal Soccorso Alpino, è disponibile da oggi su Lo Scarpone, nell'apposita sezione podcast e su tutte le principali piattaforme di ascolto.
Il valore delle parole
Quando avviene un incidente in montagna, il racconto comincia quasi subito. A volte prima ancora che i fatti siano chiari. Una notifica sul telefono, un titolo online, un lancio d’agenzia, una foto condivisa, un post che rimbalza da una bacheca all’altra. In pochi minuti, ciò che è accaduto su un sentiero, su una parete, in un canale o sotto una valanga diventa una notizia.
È in quel passaggio, rapido e spesso imperfetto, tra l’evento e il suo racconto pubblico, che si gioca qualcosa di decisivo. Perché le parole non sono neutre. Possono aiutare a capire oppure semplificare fino a deformare. Possono rispettare il dolore oppure esporlo. Possono contribuire alla prevenzione oppure alimentare stereotipi, giudizi sommari, distanze.
In questo episodio lo sguardo si sposta oltre il momento operativo. Perché dopo la chiamata, dopo l’intervento, dopo il rientro delle squadre, comincia quasi sempre un’altra fase: quella della narrazione. Ci sono comunicati ufficiali, articoli di cronaca, titoli, commenti, ricostruzioni, ipotesi. Ci sono famiglie che stanno ancora cercando di capire cosa sia successo e comunità che si interrogano. Ci sono giornalisti che devono raccontare, soccorritori che devono comunicare, lettori che cercano risposte.
E poi ci sono le parole che tornano sempre. “Montagna assassina”. “Tragedia annunciata”. “Imprudenza fatale”. “Sfida estrema”. Sono formule rapide, immediatamente comprensibili, spesso efficaci dal punto di vista mediatico. Ma proprio per questo rischiano di diventare scorciatoie. Sembrano spiegare tutto, mentre a volte cancellano la complessità.
L'esperienza di Canova
Le conversazioni con i soccorritori e in particolare con Michela Canova, responsabile della comunicazione del Soccorso Alpino Veneto, fanno comprendere quanto il linguaggio possa condizionare la percezione pubblica della montagna e del rischio. Dire che la montagna “uccide” significa trasformare un ambiente vivo, abitato, attraversato e conosciuto da secoli in un nemico astratto. Ridurre ogni incidente a una colpa individuale significa ignorare fattori ambientali, dinamiche tecniche, errori umani, condizioni meteorologiche, fatalità e contesti che spesso si intrecciano in modo difficile da ricostruire. Raccontare ogni soccorso come una storia di incoscienza può impedire di vedere ciò che davvero servirebbe a capire.
Questo non significa evitare le responsabilità o rinunciare a parlare di errori, sottovalutazioni, scelte sbagliate o comportamenti rischiosi. Al contrario, significa farlo meglio, con più precisione e misura. Con la consapevolezza che ogni parola aggiunge qualcosa alla comprensione dei fatti, oppure la ostacola.
Il tema riguarda da vicino anche chi opera nel soccorso. Ogni comunicazione pubblica su un intervento attraversa equilibri delicati: la tutela della privacy, il rispetto delle persone coinvolte, la correttezza delle informazioni, il rapporto con i media, la necessità di fare prevenzione. Raccontare un soccorso significa anche decidere cosa dire, quando dirlo, come dirlo e cosa invece lasciare fuori. Significa informare senza esporre inutilmente. Dare elementi utili senza invadere il dolore. Rendere comprensibile un evento senza ridurlo a una formula.
In un’epoca dominata dalla velocità digitale, questa responsabilità diventa ancora più urgente. Le immagini circolano prima delle verifiche. I commenti arrivano prima delle ricostruzioni. I giudizi si accumulano prima che le famiglie siano state avvisate, prima che i soccorritori siano rientrati, prima che ci siano elementi sufficienti per capire davvero. In questo scenario, la qualità del linguaggio non è un dettaglio formale: è una forma di cura pubblica.