La Cima del Frate, Cima d'Asta © Denis Perilli
Lo Spigolo Giallo della Cima Piccola di Lavaredo, Dolomiti © Denis Perilli
Il Gendarme della Nuda, in Appennino Tosco-Emiliano © Andrea Greci
Il Pupo di Lozzo, Marmarole, Dolomiti © Denis Perilli
Punta Marietta, Tofana di Rozes, Dolomiti © Denis Perilli
Il Campaniletto, Grigne © Roberto Ciri
Le Cinque Torri, Dolomiti © Denis Perilli
La Torre dei Sabbioni, Marmarole, Dolomiti © Denis Perilli
Escursionisti, rocciatori e alpinisti non hanno sempre la stessa visione della montagna, eppure c’è un qualcosa che sembra mettere tutti d’accordo. Torri, campanili e spuntoni, ossia tutte quelle strutture che alla verticalità abbinano la snella eleganza, fungono da calamita e da punto d’incontro sia fisico che ideologico. Chi cammina vuole avvicinarsi per lasciarsi stupire e sognare chissà quali salite, chi arrampica invece lo fa, ricalcando linee “storiche” o ricercandone altre di nuove. È un po’ l’estetica a farla da padrona, quella delle visioni dal basso e quella del sapersi muovere su aerei spigoli e diedri più che su pareti.
La genesi della meraviglia
Ma come hanno fatto a formarsi certe strutture rocciose che sembrano inverosimili? Sono davvero molteplici i fattori che hanno contribuito a scolpire quello che noi vediamo ora e il risultato dipende dalla loro combinazione. Ci sono però dei fattori comuni che “dettano legge” a tutti gli altri. Innanzitutto il substrato (la materia base) fa la differenza, e non è un caso che le morfologie snelle siano più facilmente impostate su relativamente morbidi substrati sedimentari (calcari e dolomie) che su rocce dure quali i graniti. Ci devono essere poi dei punti di debolezza, quali faglie (linee di rottura) o, nel caso delle rocce ignee intrusive (graniti ad esempio), delle linee di raffreddamento che hanno creato delle discontinuità. Su queste “fragilità strutturali” localizzate hanno poi agito gli agenti erosivi, quali l’aria, il ghiaccio e l’acqua. L’ultimo fattore determinante è il tempo, non dimentichiamoci che tutti questi processi sono frutto di una lentezza che appare impercettibile alle capacità cognitive umane. Ci vuole molto tempo, migliaia e migliaia di anni, per togliere, millimetri alla volta, tutti quei depositi che stavano attorno ai monoliti che ora ci appaiono isolati e ben definiti. Ovviamente le condizioni devono essere speciali per far sì che l’erosione sia selettiva e non sgretoli tutta la matrice madre.
Il Campanile Basso, Dolomiti di Brenta © Denis Perilli
Fra il morbido del calcare e la dolomia
Le rocce sedimentarie sono quelle che meglio si prestano a essere “lavorate” dagli agenti esogeni, dall’acqua in particolare che, in condizioni particolari può agire anche chimicamente dando luogo a fenomeni di carsismo. Non è un caso che le Dolomiti, composte in prevalenza da depositi di questo tipo, siano divenute celebri proprio per le loro morfologie che tendono al verticale “elaborato”, tanto da scomodare aggettivi quale “gotico” per confrontarle alle costruzioni figlie dell’architettura europea sviluppatasi tra la metà del XII secolo e il XV secolo. Torri, spuntoni, monoliti e quant’altro si voglia non si contano nelle Dolomiti, anche se le due eccellenze, almeno a livello di notorietà, sono ubicate agli estremi occidentale e orientale, in territori esterni a quella che è stata per secoli l’area storica definita con tale nome. A ovest, nel cuore delle Dolomiti di Brenta si impenna il Campanile Basso, mentre a est, fra le articolate Dolomiti Friulane spicca solitario il Campanile di Val Montanaia, piantato su una conca di origine glaciale in cui sorprendentemente è rimasto in piedi questo pezzo di roccia di 200 m in passato definito come l’urlo di pietra. Entrambi vantano storie alpinistiche eccezionali, con risvolti umani singolari se ci si riferisce alle prime salite.
Sul Campanile Basso bisogna tornare al 12 agosto 1897, quando gli alpinisti Carlo Garbari, Nino Pooli e la guida Antonio Tavernaro raggiunto quello che ritenevano limite invalicabile della parete lasciarono un biglietto su una bottiglia con scritto “Alle vostre capacità la gloria di superare l'ultimo passaggio che a noi è stato negato”. Due anni dopo gli austriaci Otto Ampferer e Karl Berger recuperarono il messaggio e riuscirono a portare a termine la prima ascensione assoluta.
La storia della prima ascensione del Campanile di Val Montanaia è invece, per certi aspetti assurda e si inserisce in un contesto di rivalità e convivialità fra due cordate. Era il 17 settembre 1902 quando gli austriaci Viktor Wolf von Glanvell e Karl Günther von Saar raggiunsero la vetta, ma il racconto vuole che sia stata la sera precedente a decidere la sorte della scalata, quando, durante un’abbondante bevuta i triestini Napoleone Cozzi e Alberto Zanutti raccontarono loro di essere giunti a una cengia, svelando di fatto molti dei segreti che hanno facilitato la conquista dell’obelisco roccioso.
Sui “Monti Pallidi” sono innumerevoli le leggende che aleggiano attorno alle rocce sottili che si spingono fino al cielo e, non poche, parlano di grandi alpinisti, primo fra tutti Tita Piaz, “il diavolo delle Dolomiti”, prodigo di avventure sulle “sue” Torri del Vajolet. Un elenco delle eccellenze appuntite di queste montagne appare qui fuori luogo, basti pensare che anche i gruppi più compatti quali possono essere il Cristallo o le Tofane ne ospitano, di piccole e di grandi. Persino il mastodontico e massiccio Civetta è impreziosito da due ciclopiche cuspidi protese verso il cielo su cui hanno arrampicato personaggi come Andrich, Tissi, Carlesso e Cassin: la Torre Venezia e la Torre Trieste. Siamo qui nel gotha della storia dell’alpinismo.
Compiendo un balzo ideale verso ovest si atterrerebbe sulle Grigne, montagne molto amate dai lombardi e decisamente fornite di spuntoni e di piccole asperità appuntite che in alcuni tratti della Grignetta sembrano assumere le sembianze di una piccola selva litificata. Un po’ di nomi per pizzicare l’attenzione degli amanti della roccia? Torrione del Cinquantenario, Torre Cecilia, Torrione Fiorelli, Torre Costanza, Torrione del Pertusio, Sigaro Dones. Quest’angolo delle Prealpi Lecchesi, manco a dirlo, è un altro di quei posti dove si respira letteralmente aria d’alpinismo, dove ancora riecheggiano ancora storie di memorabili quanto ardite imprese compiute con risorse e mezzi ben scaltri se confrontati con quelli odierni.
Le lame del duro granito
Il granito è ben più compatto delle rocce sedimentarie e si lascia spesso lavorare in lame affilate, non mancano però, neppure in questo contesto geologico, lavorazioni particolari che ci hanno lasciato in eredità morfologie suggestive, prime fra tutte quelle della Sardegna.
Sulle Alpi a prendersi ad avere gli occhi di tutti puntati è senza ombra di dubbio il Dente del Gigante, sul Monte Bianco. Secondo la leggenda, questa slanciata cima deve il nome al gigante Gargantua (reso celebre dallo scrittore François Rabelais) che, dopo aver sparso le parti del proprio corpo in giro per il mondo nel momento della morte, scagliò un dente che finì per conficcarsi proprio fra i ghiacciai valdostani.
In Trentino, in un remoto angolo del Gruppo di Cima d’Asta e lontano dai clamori alpinistici e pure escursionistici, possiamo incontrare, fra le dominanti forme massicce, la Cima del Frate, un pilastro granitico sovente avvolto dalle nebbie che sbuca scuro proprio a voler ricordare un religioso in meditazione.
Il Dente del Gigante. Foto Andrea GreciUn Appennino inaspettato
Gli Appennini, con la loro lunga dorsale che segue tutta la penisola italiana dalla Pianura Padana alla Calabria, presentano una litologia “più morbida” (prevalgono le arenarie, le calcareniti e le ofioliti), facilmente erodibile e meno propensa a farsi lavorare in forme sottili che spuntano verso l’alto. Ma Madre Natura sa sempre sorprenderci, ed ecco quindi che, anche se in misura ridotta, qualche bella sorpresa la si può ammirare e talvolta scalare.
Probabilmente la struttura rocciosa più nota e frequentata, in questo senso, è la Pietra di Bismantova, nell’Appennino Reggiano, un blocco calcareo che sottile non è (è lunga circa 1 km), ma si erge a blocco isolato con pareti calcaree di 300 m d’altezza.
Sulla dorsale dell’Appennino Tosco Emiliano e raggiungibile dal Passo del Cerreto si erge il Gendarme della Nuda, un imponente torrione roccioso che offre una via normale piuttosto impegnativa e attrezzata nei tratti più scabri. Non troppo lontano, in Provincia di Parma, spicca invece la Chiastra di San Benedetto, la formazione rocciosa più rimarcata di quella catena di affioramenti che si ergono per decine di metri in Val Baganza e nota come Salti del Diavolo. Si narra che qui un eremita si fosse ritirato vivendo di elemosina e di frutti del bosco. Il diavolo vi si presentò sotto le sembianze di una dolce fanciulla, ma l’eremita estrasse un vecchio crocifisso che ridiede al diavolo le proprie connotazioni. Questo, per fuggire, balzò all’indietro e lasciò delle unghiate ancora visibili sulla Chiastra.
Nell’Appennino Piacentino emergono invece due spuntoni di ofioliti (rocce di origine vulcanica), la Pietra Perduca e la Pietra Parcellara.
Scendendo verso sud si incontrano ancora meraviglie, come il Sasso di Palazzo Borghese, sui Monti Sibillini (a ridosso degli altopiani di Castelluccio di Norcia), o le Torri Casanova, sul Massiccio del Gran Sasso, in Abruzzo.
In realtà, oltre a queste formazioni un po’ più note, quasi ogni valle nasconde e protegge qualche gioiello di roccia, occorre solo lasciarsi cullare dall’arte dell’esplorazione e camminare, magari chiedendo informazioni ai locali, ben più prodigi di informazioni di qualsiasi libro o fonte digitale.
La Chiastra di San Benedetto, il più occidentale dei Salti del Diavolo © Andrea GreciÈ solo una questione estetica?
Perché soffermarci su torri, pinnacoli, obelischi, campanili e strutture simili? È solo una questione di estetica? Certo, sono probabilmente fra le morfologie più affascinanti che la montagna ci offre, belle da osservare e da salire, ma non è tutto qua. Sono forme che ci portano a soffermarci su riflessioni che, per forza di cose, vanno un po’ oltre. Sulla concezione del tempo innanzitutto: quello che per noi sempre immobile per le scale geologiche non lo è. Queste meraviglie sono oggettivamente effimere, destinate a sgretolarsi, farsi erodere e sparire, lasciando a noi, che basiamo il tutto sulla comparsa e sulla durata della civiltà umana, l’illusione che non sia così. Ma la natura destina tempi diversi, e viventi ed evoluzione del mondo roccioso sembrano viaggiare su binari temporali incredibilmente disgiunti.