Tonalità di verde prima delle fioriture © Denis Perilli
Genzianelle al Pian Grande © Denis Perilli
Fioriture di tarda stagione a Castelluccio di Norcia © Marta Zarelli
Il Pian Grande a inizio giugno @Denis Perilli
Il borgo di Castelluccio di Norcia © Denis Perilli
Papaveri e non solo © Marta Zarelli
Geometrie agricole a Pian Grande © Denis PerilliCastelluccio di Norcia e la celebrità data dai colori
La Piana di Castelluccio di Norcia è posta a circa 1400 metri di quota nel cuore dei Monti Sibillini, fra l’Umbria e le Marche. In realtà le aree che compongono l’altopiano, che si estende per circa 15 km quadrati, sono tre: il Pian Grande, il Pian Piccolo (entrambi in provincia di Perugia) e il Pian Perduto (in provincia di Macerata).
Il Pian Grande ospita il Fosso dei Mergani, una fessura carsica che ne occupa la parte meridionale e termina nell’omonimo inghiottitoio. Il toponimo trae origine dal latino “mergo”, che significa immergersi e fa riferimento alle acque piovane o di scioglimento che lo alimentano e che creano aree umide che si prosciugano nella stagione più calda.
Geometrie agricole a Pian Grande © Denis PerilliIl Pian Piccolo collega il Pian Grande al piccolo borgo che ha dato il nome all’area e che si trova in posizione più elevata. Qui è sopravvissuta la Macchia Cavaliera, un bosco di faggio risparmiato dalla deforestazione praticata in passato.
Il Pian Perduto, l’unico in territorio marchigiano deve il proprio nome alla battaglia del 1522, combattuta fra Visso e Norcia per il controllo delle aree coltivabili. Ospita lo Stagno Rosso, colonizzato dall’Euglena sanguinea, un organismo unicellulare che, in condizioni particolari riesce a colorare di rosso-viola le acque che lo ospitano. In realtà questo contenuto specchio d’acqua, ammantato dall’aurea di racconti che vogliono che il rosso sia il sangue della già citata battaglia, sta risentendo in modo pesante dei cambiamenti climatici in atto e, in alcuni anni, si presenta addirittura secco.
Castelluccio e il suo altopiano sono divenuti celebri negli ultimi tempi per un fenomeno che in realtà si ripete da secoli, quello della cosiddetta “fiorita”, ossia il susseguirsi di variazioni cromatiche che i fiori regalano ai tanti turisti che salgono appositamente fin qui da tarda primavera a fine estate. Ma cosa c’è di così speciale da vedere? Per capirlo bisogna salire almeno una volta, perché quella sorta di acquerello sfumato naturale che si crea è difficilmente descrivibile con le parole. La sequenza dei colori segue delle regole abbastanza precise e inizia con la predominanza del giallo della senape selvatica e dei più rari tulipani montani. Esplodono in sequenza temporale i papaveri, ed ecco che il rosso va a coprire o ad affiancarsi ai colori precedenti. Si inseriscono quindi il bianco, la tonalità delle modeste fioriture delle lenticchie coltivate e delle margherite, e infine l’azzurro dei fiordalisi a chiudere il ciclo.
Quali sono i tempi di queste fioriture? Quelli di Madre Natura, che ogni anno porta le proprie peculiarità e le proprie diverse sfumature.
Fioriture di tarda stagione a Castelluccio di Norcia © Marta Zarelli
Le lenticchie ieri e oggi
Se la notorietà di Castelluccio riferibile ai colori è questione relativamente recente, quella della coltivazione delle lenticchie affonda le radici in tempi antichi come testimoniano i reperti rinvenuti nelle tombe neolitiche risalenti al 3000 a.C. circa. Piantata e curata quassù, la pianta ha sviluppato delle caratteristiche organolettiche uniche, ma anche una naturale resistenza ai parassiti naturali, primo fra tutti il tonchio, un Coleottero le cui larve si nutrono proprio di leguminose.
Quante varietà di lenticchie vengono coltivate? In realtà una sola, che ha ottenuto il riconoscimento IGP (Indicazione Geografica Protetta) nel 1997. I semi portano una variabilità di colore notevole (arancioni, nere, grigie, ecc.) e sono caratterizzati da dimensioni ridotte e da una buccia sottile.
I vari colori delle lenticchie © Monika Borys Unsplash
Le Carpirine e l’emancipazione femminile
Fino agli anni Sessanta dello scorso secolo alcune donne salivano dalle pianure circostanti fino a Castelluccio per raccogliere a mano le lenticchie. Erano chiamate Carpirine, in quanto eseguivano proprio la carpitura, ossia sfalciavano le piante (alte circa 30 cm) e le disponevano in mucchietti chiamati “mannelli” per farle essiccare direttamente sul campo. Era un lavoro faticoso, che le portava a stare chinate per delle giornate intere e spesso sotto a un sole cocente o alle bizze del meteo in montagna.
Questo non era solo un lavoro, che permetteva comunque di portare a casa un contributo economico e, talvolta di crearsi pure una propria autonomia, ma pure un modo per uscire dalla quotidianità e dai rigidi compiti familiari che rappresentavano la normalità per l'epoca. Il tutto assumeva anche un’importanza simbolica, quando arrivavano in gruppo cantavano e venivano “scortate” da un musico con organetto, strumento che scandiva, a mo’ di moderna sirena, i “cambi di turno”, di luogo o di mansione. Si lavorava per committenti e le prime contrattazioni giornaliere, gestite direttamente dalle Carpirine, avvenivano sul piazzale della chiesa di Castelluccio. Finito un lavoro, segnalato con dei canti o dei riti convenzionali e noti a tutti, giungeva un nuovo coltivatore ad ingaggiarle.
Questo rito collettivo, che terminava spesso con balli distensivi di fine lavoro, è stato per molto tempo uno dei segni di una primitiva emancipazione femminile delle donne in quest’area del Centro Italia. Ai nostri tempi può sembrare un'eresia e un eccesso narrativo, ma il semplice fatto di essere lontane da casa, era per loro un qualcosa di “nuovo”. Il gestire le proprie, seppur faticose e talvolta ingrate, azioni giornaliere rappresentava un ideale viatico verso la libertà. Erano altri tempi sì, ma qualcosa iniziava a muoversi, e le Carpirine furono d'ispirazione per molte altre donne che pian pianivo si prodigavano per il rafforzamento dei propri diritti.
Il terribile sisma del 2016
L’area di Norcia e di Castelluccio è stata una delle più colpite dalle ondate sismiche che, nel 2016, hanno devastato l’Umbria e le Marche. I danni sono stati ingenti anche nel vecchio borgo di Castelluccio, qualcuno se n’è andato, qualcuno è rimasto, l’intricata ragnatela di vicissitudini umane che è scaturita in quei momenti ha lasciato delle cicatrici ancora ben visibili nelle strutture e nelle persone.
Chi è rimasto, qui come altrove, ha rinforzato quell’amore per la propria terra che emerge con forza in ogni chiacchierata che si intraprende con i locali. Il dopo terremoto ha visto una coesione sociale che è riuscita nel rilancio turistico e nella valorizzazione dei colori e delle lenticchie, i due simboli dell’altopiano.
Un esempio da seguire, delle persone da ammirare.
Il borgo di Castelluccio di Norcia © Denis Perilli