Il patto d’alleanza fra il pino cembro e la nocciolaia

In natura esistono delle vere e proprie alleanze fra specie diverse, che portano vantaggi reciproci e che sono lo sbocco di milioni di anni di evoluzione e coevoluzione. Uno dei più interessanti e curiosi vede come protagonisti due abitanti dell’arco alpino

La natura trova sempre strade diverse e originali per giungere al successo e, in questo contesto, ogni specie prova, sperimenta e trova soluzioni. A volte bisogna “spingere” per sopravvivere, altre volte la trama si addolcisce e vede più soggetti diversi collaborare fra loro. La storia del pino cembro e della nocciolaia segue questa seconda virtuosa via, assecondando una trama a lieto fine che si poggia anche su delle vicende in apparenza comiche e surreali.

Un maestoso pino cembro © Denis Perilli

Il grande albero

Iniziamo dal grande albero, ossia il pino cembro (Pinus cembra), grande conifera la cui origine del nome sembra essere piuttosto incerta. Zimbar, antico vocabolo germanico che indica il legno da costruzione, in riferimento all’eccellente qualità del legname: questa la prima ipotesi. Oppure riferimento ai Cimbri, popolo di origine tedesca stanziatosi nelle aree montane fra Trentino e Veneto e culturalmente legato al taglio di questa pianta?

Conosciuto anche come “cirmo” o “cirmolo”, ha un areale disgiunto, con una popolazione principale in Siberia e una europea che si scorpora fra i Carpazi e le Alpi. Proprio sulla catena alpina prospera, talvolta misto al larice e all’abete rosso, all’incirca fra i 1500 e i 2500 m di quota e in particolar modo in Trentino-Alto Adige.

Il pino cembro è un buon indicatore climatico, prediligendo condizioni poco umide di tipo continentale. Un esempio? L’allineamento Passo Rolle, Passo Valles e Passo San Pellegrino, a cavallo fra Trentino e Veneto. Oltre i valichi, verso est, dove giunge l’umidità dell’Adriatico, solo qualche sporadico esemplare azzarda la sopravvivenza, al contrario la specie vegeta in ottima salute sul versante di Fiemme e Fassa. 

Cembreta in Val Duron, laterale della Val di Fassa © Denis Perilli

Si tratta di un albero a crescita lenta e molto longevo. La più grande foresta di pino cembro italiana è il Bosco dell'Alevè (alta Valle Varaita, alle pendici del Monviso), e proprio qui si trovano esemplari di oltre cinquecento anni. Lo sviluppo a ritmi blandi si materializza in modo nitido analizzando la produzione delle prime pigne, “fruttificazione” che richiede dai 40 a i 90 anni. È forse questo uno dei motivi per cui si spinge in alto sui pendii, alle quote più basse sono molte le altre piante a crescita rapida in grado di impossessarsi con più facilità dei territori liberi. Proprio in alto non di rado i semi germinano su suoli poveri e aggrappandosi alle rocce, motivo per cui crescono esemplari contorti e spettacolari, quasi monumentali.

Come riconoscerlo? Essendo un pino ha gli aghi disposti a ciuffetti, e in questo caso sono a gruppi di 5, di colore verde scuro. Il portamento dell’albero è regale, con tronco massiccio e talvolta contorto, specie negli esemplari più vetusti. Le radici sono spesso visibili nella loro parte aerea, avvinghiate a massi, speroni e altre formazioni rocciose. Ci sono poi gli strobili (le pigne), grandi e di colore blu o violaceo, che vira al marrone con la maturazione. Dentro ci sono i semi (pinoli), anch’essi piuttosto robusti e privi di qualsiasi elemento strutturale utile per una diffusione aiutata dal vento.

Nocciolaia, non ghiandaia, mi raccomando!

Inseriamo un attore di movimento ed eccoci dinanzi alla nocciolaia, Corvide che non va confuso, come non di rado succede nei colloqui informali, con la “cugina” ghiandaia, che raramente si spinge sui boschi in quota di pino cembro. Il suo nome scientifico è Nucifraga caryocatactes e si rifà a due parole greche: karyon (nucleo, nocciola) e katagnumi (frantumare). In sintesi è una schiaccianoci!

In realtà, al pari della ghiandaia che non mangia solo di ghiande (anzi!), la nocciolaia non si nutre di nocciole, a patto che, nel gergo comune, con questo termine non si intendano i grandi semi del pino cembro. È in effetti un animale onnivoro, che in estate cattura anche insetti, nidiacei e roditori per fornire una dieta proteica alla prole.

È un animale piuttosto facile da riconoscere e, spesso, essendo piuttosto rumoroso, lo si sente ancor prima di scorgerlo, mentre si sposta da un albero all’altro con un volo piuttosto lento e rettilineo. Misura circa 35 cm di lunghezza, pesa poco più di 200 g e ha un’apertura alare di circa 50 cm, risultando nel complesso più piccola e snella di corvi, cornacchie e ghiandaie. Il piumaggio non lascia spazio a dubbi, è di color cioccolata intensamente maculato di bianco. Macchie che non riguardano la colorazione delle ali, che sono scure. Il basso ventre e l’apice della coda sono bianchi.

Fra le curiosità che la riguardano c’è la presenza della borsa sublinguale, una sorta di tasca in cui deposita i semi trasportarli senza ingoiarli. È, inoltre, un animale particolarmente abile che riesce a portarsi il cibo al becco con una zampa, cosa non di poco conto tenendo presente il fatto che si tratta quasi sempre di semi duri da rompere.

Il piumaggio maculato della nocciolaia © Wikimedia Commons

 

La trama della storia di una provvidenziale smemorata

Arriviamo al dunque. Cos’hanno in comune il pino cembro e la nocciolaia? Semplice, almeno nei contenuti base: il primo offre i semi per l’alimentazione della seconda, che contribuisce a disperdere gli stessi diffondendoli nel territorio. Possiamo parlare di simbiosi, anche se non obbligata (nel senso che ognuna delle due specie potrebbe sopravvivere anche senza l’altra).

La nocciolaia, in quanto specie sedentaria, immagazzina i semi come scorta per l’inverno, e attorno a questa abitudine ruota tutta la storia che stiamo raccontando. Ricercatori svizzeri hanno calcolato che una nocciolaia in un anno di abbondante produzione di semi riesca a nasconderne ben 100.000 nel terreno, fra i licheni, su buchi, fra le radici e in ogni luogo ritenuto adatto. La sua memoria è potente e funziona anche in caso di mutamenti territoriali (ad esempio un’abbondante nevicata), nonostante questo circa il 20% del raccolto viene dimenticato, divenendo un potenziale serbatoio di nuove germinazioni per l’albero. Tenendo ben presente la lentezza produttiva dei semi e del fatto che essi siano tozzi e pesanti e non trasportabili dal vento, appare chiara l’importanza di questo aiuto provvidenziale che viene dall’esterno.

I grossi semi di pino cembro © Wikimedia Commons

Vecchi studi hanno confermato come molti uccelli siano in grado di comporre delle vere e proprie mappe cognitive e, in questo senso, la nocciolaia sicuramente eccelle, riuscendo a posare (e ritrovare) i semi anche a 15 km dalla pianta da cui li ha prelevati.